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Timidezza, eritrofobia, ansia sociale o fobia sociale?

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Oggi desidero fare un po’ di chiarezza sul tema della timidezza, dell’eritrofobia dell’ansia sociale e della fobia sociale.

C’è tanta confusione in giro e visto che questo sito vuole parlare alle persone e non ai tecnici voglio aiutarti a capire meglio il tuo problema.

Devi sapere che capita, sempre più frequentemente, durante i nostri corsi di formazione o nella pratica privata, o tramite comunicazioni via mail, di parlare con persone che esordiscono con frasi di questo tipo (lo fai anche tu???):

“Io non sono timido… il mio problema è diverso si chiama ansia sociale…

“Io sono insicuro ma non ho un problema di timidezza…”

“Io soffro di eritrofobia ma non sono per nulla timido…”

“La mia non è fobia sociale, il mio è un caso di ansia sociale…

Quando mi ritrovo a dover rispondere a queste affermazioni non nego di trovarmi in difficoltà… non perché non abbia una risposta pronta ma perché quando una persona soffre a causa di quello che sente essere il proprio punto debole da un lato vorrebbe liberarsene, dall’altro vi si lega e si affeziona a quella “diagnosi”, a quel nome che identifica il disturbo…

Quel nome fa sentire il paziente, a tratti, più sicuro perché sente di conoscere ciò di cui soffre:

“Se so il nome di ciò che mi affligge
almeno ho chiaro di cosa si tratti…”

Ecco… arriviamo al mio ingrato compito e cioè quello di favorire una più ampia consapevolezza del problema che passa anche attraverso una nominalizzazione corretta.

Non si tratta di un banale tecnicismo per addetti ai lavori: solo se conosco il mio limite posso affrontarlo e superarlo mentre, se già a partire dalla definizione del problema, ho delle convinzioni errate allora il rischio di vivere ogni giorno con il mio limite, senza potermene liberare, è molto più alto.

Questo post ha dunque una funzione bene precisa: alfabetizzare nel modo più semplice ma efficacie possibile.


Che cos’è la timidezza?

La timidezza è un atteggiamento mentale, emotivo e comportamentale a cui si associano precise reazioni fisiologiche.

I pensieri del timido si caratterizzano per la preoccupazione di fare brutta figura con gli altri, per il timore dei pensieri giudicanti e negativi che gli altri si possono creare su di lui e per una valutazione di se stessi molto negativa.

Le emozioni sono quelle della vergogna, dell’ansia, della paura, del senso di inadeguatezza, dell’imbarazzo e della tristezza.

I comportamenti sono caratterizzati da impaccio, ritrosia, silenzio, evitamento delle situazioni sociali, sorridere nervosamente, evitare il contatto oculare con l’interlocutore.

Le reazioni fisiologiche tipiche sono: l’accelerazione del battito cardiaco, le palpitazioni, il respiro affannoso, la sudorazione eccessiva, il rossore al volto.

La timidezza non è genetica e dunque non è immodificabile.

Chi è timido non è condannato a rimanere tale per sempre perché il modo di essere della timidezza è frutto di un apprendimento: l’introversione e l’estroversione sono tratti temperamentali che hanno una base genetica ma la timidezza viene dopo.

Ci possono essere introversi non timidi ed estroversi timidi. La timidezza si apprende perché è parte del modo di pensare e di affrontare gli eventi della vita che, con la crescita, si è appreso dai propri genitori e dalle figure di riferimento che si sono incontrate lungo il cammino.

La timidezza è dunque parte della struttura cognitiva di una persona (cioè del suo modo di pensare e di ciò che determina i suoi valori e le sue convinzioni) e, poiché i pensieri si possono cambiare (e non dico che sia facile farlo ma è, senza ombra di dubbio possibile se lo si desidera davvero, allora anche la timidezza si può cambiare e… superare.


Che cos’è l’insicurezza?

E’ un modo per definire il proprio sentirsi a disagio nel confronto con gli altri, non in gradi di prendere decisioni autonomamente, per definire la propria vulnerabilità alle critiche e… quindi è un modo diverso per definirsi “timidi”.
Volendo essere precisi la timidezza può essere intes

a come una insicurezza generalizzata in molte aree della propria vita mentre una persona potrebbe non definirsi timida ma essere insicura con l’altro sesso o solo nell’ambiente di lavoro mentre potrebbe sentirsi totalmente a proprio con gli amici.

Ma la radice della specifica insicurezza è sempre nella struttura cognitiva che è alla base della timidezza.

Quindi… le strategie per superare l’insicurezza saranno, dal più al meno, le stesse che si usano per superare la timidezza.


Cosa sono l’ansia sociale, la fobia sociale e la sociofobia

Queste due forme di disagio… sono la stessa cosa: due nomi diversi per descrivere lo stesso fenomeno.

Quale fenomeno?

Lo stesso della timidezza… solo portato all’estremo.

La “bibbia” degli psicologi e degli psichiatri, il DSM (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders) recita così:

La fobia sociale o ansia sociale, è una paura marcata e persistente di una o più situazioni sociali o prestazionali, nelle quali l’individuo è esposto a persone non famigliari o al possibile giudizio degli altri. L’individuo teme di agire (o di mostrare sintomi d’ansia) in modo umiliante o imbarazzante.

Nel caso in cui la preoccupazione riguardi una singola situazione (lavoro, esame universitario, cena al ristorante) si parla di Fobia Sociale Specifica; nel caso in cui la preoccupazione riguardi una molteplicità di situazioni si parla di Fobia Sociale Generalizzata.

Cosa implica, nella vita di tutti i giorni, il soffrire di Fobia Sociale?

Implica privarsi di molto.

Il fobico sociale evita tutte le situazioni che innescano l’ansia: rinuncia ad uscire con gli amici, all’università, alla carriera professionale, all’amore e si chiude, ogni giorno un po’ di più, in un piccolo spazio ristretto fatto di sicurezze e abitudini che, evitano l’ansia, ma solo fino al momento in cui l’ansia si impadronirà di un altro spazio della vita del soggetto.

Chi soffre di fobia sociale (specifica o generalizzata che sia) si rende conto dell’irrazionalità delle proprie paure ma non riesce a vincerle.

In definitiva la fobia sociale è la timidezza portata all’estremo e dunque… come si risolve?

Sono costretta a ripetermi:

con le stesse strategie utilizzate per gestire la timidezza.

Certamente, trattandosi di un disagio, più radicato i tempi per superare il problema potranno essere più lunghi e il percorso potrà essere più tortuoso ma, se devo essere sincera, ho conosciuto fobici sociali che hanno superato le proprie fobie più velocemente di pazienti “semplicemente timidi” e questa “velocità” da cosa é dipesa?

Io sono la stessa psicologa sia con un timido che con un paziente fobico quindi… la carta vincente è in mano al paziente.

Chi supera brillantemente un problema, anche se con fatica ed inevitabili ricadute, è colui che è fortemente determinato a superarlo.


Che cos’è l’eritrofobia?

L’eritrofobia è la paura di arrossire e si manifesta con l’iperemia del volto. Il viso del soggetto assume cioè, in modo improvviso, una colorazione rosso accesa causata dall’improvviso aumento della quantità di sangue nei capillari del viso.

Questa paura è strettamente connessa con la paura del giudizio, la paura di non essere all’altezza nelle varie situazioni sociali, di commettere degli sbagli, la paura di fare brutta figura proprio perché si arrossisce e… più si teme di arrossire e più si arrossisce.

Il circolo vizioso dell’ansia anticipatoria (temo di arrossire, mi agito, quindi arrossisco, mi accorgo che sto arrossendo, mi sento ancora più a disagio, avverto l’accelerazione del battito cardiaco, il calore al volto e arrossisco ancora di più) si innesca e l’eritrofobico si ritira sempre di più dalla vita.

Questa descrizione ti ricorda qualcosa?

Forse la timidezza? Forse l’ansia sociale?

Ma guarda un po’… ritorniamo sempre al punto di partenza: lavora sulla tua struttura cognitiva e otterrai benefici sulla tua insicurezza, o sulla tua timidezza, o sulla tua ansia sociale o sulla tua eritrofobia.


Le buone vecchie soluzioni… e quelle nuove

L’approccio cognitivo-comportamentale, in tutti questi casi, si è dimostrato efficacie perché va a lavorare proprio sui pensieri, sulle emozione e sui comportamenti che ti fanno da freno nella vita di tutti i giorni.

Tuttavia oggi esistono anche altre modalità, alcune lavorano direttamente sul corpo, altre su “chi sei quando non sei timido”.

Noi abbiamo studiato questi approcci e messo insieme le nostre competenze di psicologa, life coach e insegnante di teatro.

In ogni caso prima di cercare la tecnica magica o il professionista illuminato guardati dentro e chiediti:

“Cosa sono disposto a fare per affrontare questa mia difficoltà?”

Sono disposto a mettere tutto il mio impegno?

Sono disposto a mettermi in discussione e a fidarmi di un professionista competente?

Sono disposto a mettere in discussione le mie convinzioni se comprendo che proprio a causa di esse sto male?

Se rispondi si a tutte queste domande allora hai già fatto gran parte del lavoro…

…e puoi davvero “bagnare il naso” ha chi ha avuto sofferenze e problemi meno impegnativi dei tuoi.

Non voglio spingerti a gareggiare: chi soffre soffre totalmente… un bambino soffre quando il suo gioco preferito di rompe.

Quello che voglio trasmetterti con queste parole è l’atteggiamento mentale che ti consentirà di affrontare i tuoi limiti nel modo migliore possibile, in un modo che ti farà più facilmente raggiungere il traguardo che, in quel particolare momento della tua vita, è raggiungibile per te. per un adulto non é così grave ma il dolore di quel bimbo è intensissimo…

Per contro, chi si ferma a difendere il nome del proprio disagio…

“La mia non è ansia sociale bensì fobia… la mia è solo insicurezza… no ma io non sono timido sono solo insicuro con le donne…”

…sta facendo di tutto per rimandare il momento in cui agirà davvero per risolvere il proprio problema, sta tergiversando e, magari, spostando la responsabilità del non superamento del problema sui professionisti che, nel suo caso specifico, non sono stati abbastanza competenti!

Ovviamente, non nego che prima d’ora puoi essere incappato nel professionista sbagliato, nel metodo meno idoneo al tuo caso e che, se l’ansia ha raggiunto livelli esterni (in particolare nella fobia sociale e nell’eritrofobia) potresti aver bisogno di un sostegno farmacologico (cosa che uno psicologo competente dovrebbe suggerirti inviandoti da uno psichiatra) ma…

…il primo medico e psicologo di te stesso devi essere tu scegliendo di affrontare la tua difficoltà dalla giusta prospettiva.

Lo psicofarmaco (o altri farmaci che agiscono sul sistema cardiovascolare) è indispensabile in alcuni casi (ma non lo è assolutamente in altri) e l’utilizzo, se guidato da un bravo psichiatra, non deve spaventare, ma affinché il risultato farmacologico sia durevole, devi modificare il modo in cui ti rapporti al problema.

Occorre cioé che tu affronti ciò che temi con le giuste competenze , i giusti tempi e la giusta determinazione.

Se questa prospettiva fa per te, se ti senti sufficientemente coraggioso qui:

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A presto

Dott.ssa Valeria Mora
Psicologa, Counselor e Personal shopper
Dott.ssa Valeria Mora, psicologa

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