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I 2 volti della timidezza (qual è il tuo?)

timidezza 2 facceQuando pensiamo al timido, tipicamente ci riferiamo al classico stereotipo della persona insicura, che arrossisce e parla con voce flebile.

In realtà la timidezza ha molti volti, principalmente due.

Sapere riconoscere qual è il volto della tua timidezza ti aiuterà a capirla.

Gli studi scientifici, infatti, dimostrano che la conoscenza dei propri pensieri e delle proprie emozioni è la risorsa indispensabile per superare la timidezza e dunque, per vivere una vita piena e appagante. Ora Scopri il tuo volto!

Ecco perché leggere questo post ti consentirà di porre un importante mattone nelle fondamenta della tua identità.

Fare tuoi questi concetti ti permetterà di affrontare la tua vita con un maggior senso di solidità e sicurezza.

Chiediti quale tra i due volti della timidezza che sto per presentarti meglio ti rappresenta.


Il volto della paura e del vittimismo

La timidezza si esprime con la mimica della paura, della tristezza e della vergogna.

I suoni che avvertono gli interlocutori con cui si sta relazionando il timido sono quelli del silenzio o, al massimo, di piccole interiezioni e sospiri.

La voce è, infatti, flebile e tremolante ed è accompagnata da movimenti corporei impacciati e da segnali di evidente imbarazzo (rossore delle guance, eccesso di sudorazione, movimenti rapidi degli occhi, ecc…)

Chi ha questo volto della timidezza tende a ripiegarsi su stesso affermando che le proprie difficoltà sono più difficili da affrontare rispetto a quelle degli altri, che il proprio è un caso disperato e che si rassegnerà a vivere in solitudine.

Può sembrare una descrizione estremizzata ma la mia esperienza clinica mi ha fatto incontrare timidi con questi pensieri.


Il volto dell’iperattività e dell’aggressività

Poi c’è una timidezza mascherata con un atteggiamento che, a differenza del primo, può essere scambiato con qualcosa che timidezza non è.

La maschera è caratterizzata dall’aggressività e dall’iperattività.

Chi è spettatore di questi atteggiamenti potrebbe provare rabbia verso questa “tipologia di timidi”, non cogliendo che dietro la facciata burbera si nasconde una grande insicurezza.

Questo modo di essere timido ha gli occhi della rabbia, un atteggiamento iperattivo, un eloquio rapido e privo di pause e un fastidioso modo di parlare infarcito di presupposizioni.

Il concetto di “presupposizione” si riferisce a quando una persona si rivolge all’interlocutore dando per scontato che questi farà qualcosa che, in realtà, è lei ad aver deciso senza che il diretto interessato sia stato interpellato al riguardo.

Ti faccio un esempio.

Immagina di star conversando con un amico e, a un certo punto, questi ti dice: “… sai quando faremo questo… sai quando partiremo per il viaggio che da tanto vogliamo fare… quando mi verrai a trovare…”

Tu non sai di che viaggio stia parlando, né di cosa dovete fare insieme o dove devi andare a trovarlo ma… lui ha già deciso che farai tutte queste cose.

Che sensazioni provi? Immagino sgradevoli…

Sei “braccato” e poi… lui ti sta parlando così da vicino e si sta sbracciando così tanto che non riesci ad arginarlo.

Non ti verrebbe certo da pensare che il suo atteggiamento sia una forma di timidezza ed invece…

Coloro che si comportano così, nella maggior parte dei casi, sono persone che possono essere scambiate per estroverse ma che, in realtà, si stanno forzando ad essere ciò che non sono: scimmiottano l’estroversione per nascondere la timidezza.

Se si osserva bene però, è facile cogliere come il loro modo di porsi sia rigido, meccanico e non spontaneo.


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In definitiva: questi volti sono due facce dello stesso modo di essere e cioè dell’ “essere timido”.

Sia il volto della paura/vittimismo che il volto dell’iperattività/aggressività esprimono una non consapevolezza ed una visione distorta delle proprie paure e dei propri desideri.

Nel caso del primo volto le paure sono ingigantite e rese insuperabili; mentre nel secondo sono negate, cioè la persona non vuole soffermarcisi e, così, pur di non avere tempo di pensare, fagocita gli altri presupponendo che staranno sempre con lui.

Semplificando: ho paura del giudizio, ho paura di essere abbandonato e dunque faccio di tutto per prevenire una valutazione negativa o un abbandono ma… a forza di prevenire riduco la mia vita ad una non vita.

Lo spazio in cui mi posso muovere è ristretto e devo fare di tutto per non essere abbandonato dalle uniche persone che stanno con me ma che, forse, non mi piacciono nemmeno così tanto.

Non c’è nulla nella vita che non possa essere affrontato: non è crogiolandosi nelle proprie disgrazie o tenendo gli altri legati a sé tramite l’aggressività che si può superare una propria debolezza.

La timidezza non è una malattia e, soprattutto, non è qualcosa che implichi, necessariamente, anni di fatica per essere superata. L’impegno è necessario ma può essere intervallato da grandi gratificazioni.

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A presto

Dott.ssa Valeria Mora
Psicologa, Counselor e Personal shopper
Dott.ssa Valeria Mora, psicologa

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